

113. La Rerum Novarum.

Da: Leone tredicesimo, Rerum Novarum, in Le encicliche sociali
dei Papi da Pio nono a Pio dodicesimo, 1846-1946,  Edizioni
Studium, Roma, 1948.

Con l'enciclica Rerum Novarum, pubblicata da papa Leone
tredicesimo nel 1891, la Chiesa di Roma abbandonava la rigorosa
chiusura verso le problematiche del mondo contemporaneo e si
apriva, almeno parzialmente, alle questioni sociali e politiche
scaturite dalla montante industrializzazione. Se da un lato si
fustigava la cupidigia de' padroni, che avevano ridotto ad uno
stato servile una grande moltitudine di proletari, dall'altro si
attaccava duramente l'ideologia socialista, che quei proletari
difendeva e fra i quali si diffondeva, accusandola di voler
abolire la propriet privata, considerata un diritto naturale,
mutare la struttura dello stato e turbare l'ordine sociale. La
ricetta che l'enciclica offriva alla miseria dei lavoratori ed
alle loro richieste consisteva nell'invito alla cooperazione fra
lavoratori e all'accordo fra le varie classi, ciascuna delle quali
doveva contribuire onestamente al lavoro comune sotto il controllo
e la tutela dello stato, affinch non vi fosse sfruttamento da una
parte, sommosse e scioperi dall'altra. Nessuna possibile
alternativa al modo di produzione capitalistico vigente venne
comunque presa in considerazione dall'enciclica.


L'ardente brama di novit che da gran tempo ha cominciato ad
agitare i popoli, doveva naturalmente dall'ordine politico passare
nell'ordine congenere dell'economia sociale.
E di fatti i portentosi progressi delle arti e i nuovi metodi
dell'industria; le mutate relazioni tra padroni ed operai;
l'essersi in poche mani accumulata la ricchezza, e largamente
estesa la povert; il sentimento delle proprie forze divenuto
nelle classi lavoratrici pi vivo, e l'unione tra loro pi intima,
questo insieme di cose e i peggiorati costumi han fatto scoppiare
il conflitto.
[...].
Comunque sia, egli  chiaro, ed in ci si accordano tutti, essere
di estrema necessit venir senza indugio con opportuni
provvedimenti in aiuto dei proletar che per la maggior parte
trovansi indegnamente ridotti ad assai misere condizioni.
Imperocch, soppresse nel passato secolo le corporazioni di arti e
mestieri, senza nulla sostituire in lor vece, nel tempo stesso che
le istituzioni e le leggi venivano allontanandosi dallo spirito
cristiano, avvenne che a poco a poco gli operai rimanessero soli e
indifesi in bala della cupidigia de' padroni e di una sfrenata
concorrenza. Accrebbe il male un'usura divoratrice, che, sebbene
condannata tante volte dalla Chiesa, continua lo stesso, sotto
altro colore, per fatto d'ingordi speculatori. Si aggiunga il
monopolio della produzione e del commercio, tantoch un
piccolissimo numero di straricchi hanno imposto all'infinita
moltitudine de' proletar un giogo poco meno che servile.
A rimedio di questi disordini, i socialisti, attizzando nei poveri
l'odio dei ricchi, pretendono doversi abolire la propriet, e far
di tutti i particolari patrimoni un patrimonio comune, da
amministrarsi per mano del Municipio o dello Stato. Con questa
trasformazione della propriet da personale in collettiva, e con
l'uguale distribuzione degli utili e degli agi tra i cittadini,
credono radicalmente riparato il male. Ma questa via, non che
risolvere la contesa, non fa che danneggiare gli stessi operai: ed
 inoltre per molti titoli ingiusta, giacch manomette i diritti
dei legittimi proprietar, altera le competenze e gli offic dello
Stato, e scompiglia tutto l'ordine sociale.
[...].
Il peggio si  che il rimedio da costoro proposto  una patente
ingiustizia, giacch diritto di natura  la propriet privata.
[...].
Tutte coteste ragioni danno diritto a concludere che la comunanza
dei beni proposta dal Socialismo va del tutto rigettata, perch
nuoce a quei medesimi a cui si ha da recar soccorso; offende i
diritti naturali di ciascuno; altera gli uffiz dello Stato, e
turba la pace comune. Resti fermo adunque, che nell'opera di
migliorar le sorti delle classi operaie, deve porsi come
fondamento inconcusso il diritto della propriet privata.
Presupposto ci, esporremo donde si abbia a trarre il rimedio.
[...].
Stabiliscasi adunque in primo luogo questo principio, doversi
sopportare la condizione propria dell'umanit: trre dal mondo le
disparit sociali, esser cosa impossibile. Lo tentano,  vero, i
socialisti; ma ogni tentativo contro la natura delle cose riesce
inutile. Imperocch grande variet havvi per natura negli uomini:
non tutti posseggono lo stesso ingegno, la stessa solerzia; non la
sanit, non le forze in pari grado: e da queste inevitabili
differenze nasce di necessit la differenza delle condizioni
sociali. E ci torna a vantaggio s dei particolari, s del civile
consorzio; perch la vita sociale abbisogna di attitudini varie e
di uffic diversi; e l'impulso principale che muove gli uomini ad
esercitar tali uffic  la disparit dello Stato. [...].
Nella presente questione lo sconcio maggiore  questo: supporre
l'una classe sociale nemica naturalmente all'altra; quasi che i
ricchi ed i proletar li abbia fatti natura a battagliare con
duello implacabile fra loro. Cosa tanto contraria alla ragione e
alla verit, che invece  verissimo che, siccome nel corpo umano
le varie membra si accordano insieme e formano quell'armonico
temperamento che chiamasi simmetria; cos volle natura che nel
civile consorzio armonizzassero tra loro quelle due classi, e ne
risultasse l'equilibrio. L'una ha bisogno assoluto dell'altra; n
il capitale senza il lavoro, n il lavoro pu stare senza il
capitale. La concordia fa la bellezza e l'ordine delle cose;
laddove un perpetuo conflitto non pu dare che confusione e
barbarie. Ora a pacificare il dissidio, anzi a svellerne le stesse
radici, il Cristianesimo ha dovizia di forza meravigliosa.
E primieramente tutto l'insegnamento cristiano, di cui 
interprete e custode la Chiesa,  potentissimo a conciliare e
mettere in accordo fra loro i ricchi e i proletar ricordando agli
uni e agli altri i mutui doveri, incominciando da quelli che
impone giustizia. Obblighi di giustizia, quanto al proletario e
all'operaio, sono questi: prestare interamente e fedelmente
l'opera che liberamente e secondo equit fu pattuita; non recar
danno alla roba, n offesa alla persona dei padroni; nella difesa
stessa dei propr diritti astenersi da atti violenti, n mai
trasformarla in ammutinamento; non mescolarsi con uomini malvagi,
promettitori di cose grandi, senz'altro frutto che d'inutili
pentimenti e di perdite rovinose. Dei capitalisti poi e dei
padroni sono questi i doveri: non tenere gli operai in luogo di
schiavi; rispettare in essi la dignit dell'umana persona,
nobilitata dal carattere cristiano. Agli occhi della ragione e
della fede non  il lavoro che degrada l'uomo, ma anzi lo nobilita
col metterlo in grado di campare con l'opera propria onestamente
la vita: quello che veramente  indegno dell'uomo, si  abusarne,
come di cosa a scopo di guadagno, n stimarlo pi di quello che
valgono i suoi nervi e le sue forze. Viene similmente comandato,
doversi nei proletar aver riguardo alla religione e ai beni
dell'anima. E' obbligo perci dei padroni lasciare all'operaio
agio e tempo che basti a compiere i doveri religiosi; non esporlo
a seduzioni corrompitrici e a pericolo di scandalo; non alienarlo
dallo spirito di famiglia e dall'amor del risparmio, non imporgli
lavori sproporzionati alle forze, o mal confacenti coll'et e col
sesso.
Principalissimo poi tra i loro doveri  dare a ciascuno la giusta
mercede. Il determinarla secondo giustizia dipende da molte
considerazioni: ma in generale si ricordino i capitalisti e i
padroni che n le divine, n le umane leggi permettono opprimere
per utile proprio i bisognosi e gl'infelici, e trafficare sulla
miseria del prossimo. Defraudare poi la dovuta mercede  colpa s
enorme, che grida vendetta al cospetto di Dio. [...] Da ultimo 
dovere dei ricchi di non danneggiare i piccoli risparmi
dell'operaio n con violenza, n con frodi, n con usure manifeste
o palliate: il quale dovere  tanto pi rigoroso quanto pi debole
e mal difeso  l'operaio, e pi sacrosanta la sua piccola
sostanza. [...].
Tra i molti e gravi doveri dei governanti solleciti del bene
pubblico, primeggia quello di provvedere ugualmente ad ogni ordine
di cittadini, osservando con inviolabile imparzialit la giustizia
distributiva. [...].
E' quindi giusto che il governo s'interessi dell'operaio, facendo
s che egli partecipi in alcuna misura di quella ricchezza, che
esso medesimo produce: cosicch abbia vitto e vestito, e campi
meno disagiatamente la vita. Si favorisca dunque al possibile
tutto ci che pu in qualche modo migliorare la condizione di lui,
sicuri che, non che nuocere ad alcuno, questa provvidenza giover
a tutti; essendo interesse universale che non rimangano nella
miseria coloro da cui provengono vantaggi di tanto rilievo. [...].
Principalissimo  questo, dovere i governi per via di savie leggi
assicurare la propriet privata. Oggi specialmente in tanto ardore
di sfrenate cupidigie, bisogna che le plebi sieno tenute a dovere;
poich se ad esse giustizia consente di adoperarsi a migliorare le
loro sorti, n la giustizia n il pubblico bene consentono che si
rechi danno ad altri nella roba, e sotto colore di non so quale
eguaglianza si invada l'altrui. [...] Intervenga dunque l'autorit
dello Stato e, posto freno ai sommovitori, preservi i buoni operai
dal pericolo della seduzione, i legittimi padroni da quello dello
spogliamento.
Il troppo lungo e gravoso lavoro e la mercede giudicata scarsa
porgono non di rado agli operai motivo di sciopero. A questo
sconcio grave e frequente occorre che ripari lo Stato; perch tali
scioperi non recano danno ai padroni solamente e agli operai
medesimi, ma al commercio e ai comuni interessi; e per le violenze
e i tumulti, a cui di ordinario danno occasione, mettono spesso a
rischio la pubblica tranquillit. Il rimedio poi, in questa parte,
pi efficace e salutare si  prevenire il male con l'autorit
delle leggi e impedirne lo scoppio, rimovendo a tempo le cause da
cui si prevede che possa nascere tra operai e padroni il
conflitto.
